“Voler bene ai nostri figli significa stare loro accanto mentre crescono, evitando di diventare genitori “spazzaneve”, quelli che cercano in ogni modo di aprir loro la strada”. E’ il consiglio di Alberto Bucci, presidente di Virtus Pallacanestro, ai genitori dei ragazzi del settore giovanile della società, venuti ad incontrarlo ieri sera alla palestra Porelli, la casa della V nera. “I figli dobbiamo prepararli alla vita, e far loro capire che sarà dura, ma non possiamo fare progetti su dove andranno o su quello che vorranno essere. Accompagnarli nel cammino è il nostro compito, senza cercare di spianare ogni ostacolo, perché gli ostacoli fanno parte di quel cammino”.

Accanto al presidente, l’Ad bianconero Loredano Vecchi, il Gm Julio Trovato, il direttore sportivo Valeriano D’Orta. Intorno a lui lo staff del settore giovanile di Virtus Unipol Banca al gran completo, guidato da Federico Vecchi. Tra il pubblico gente che sa bene cosa sia lo spirito Virtus, perché ne ha fatto e ne è parte. Da Achille Canna a Renato Albonico, da Lino Frattin a Daniele Cavicchi, da Loris Benelli a Roberto Nadalini. E coach Alessandro Ramagli mescolato ai genitori, ad ascoltare le parole di un uomo che sa raccontare storie di basket e di vita.

“Stasera ho voluto parlarvi insieme agli allenatori che sono qui per seguire i vostri figli. Gente preparata, che sa come farlo. Credo che nei momenti difficili non ci vorrebbero i genitori a chiedere come vanno i ragazzi, perché è il momento in cui stanno staccando il cordone ombelicale, in cui iniziano a passarsi il pallone, che significa cominciare a condividere le cose coi coetanei. E da quel momento in avanti dovranno imparare a battere sé stessi, prima ancora che gli avversari. Spesso l’enfasi che si crea intorno allo sport ci fa credere che chi vince è un campione e chi perde un coglione, ma non è così. Non è questa la verità”.

La platea, in silenzio, ascolta parole di profonda saggezza. E Alberto Bucci sa spiegare quale sia la funzione di un insegnante, il valore del mestiere di allenatore.

“Il bambino all’inizio non è competitivo, vuole soltanto giocare e stare in mezzo agli altri. Siamo noi che quando gli regaliamo un aquilone gli facciamo notare che sta volando più in alto di tutti gli altri. In questi momenti gli allenatori hanno il compito fondamentale di aiutarlo a crescere. Qui alla Virtus c’è una storia, ci sono anni e anni di lavoro da parte di una società che dedica risorse importanti al settore giovanile. Una società dove si progetta, dove ci si confronta ogni settimana e si lavora insieme, sulla stessa strada. E’ un dovere che abbiamo, quello di confrontarci, e ne siamo consapevoli”.

E’ un racconto di vita, quello che scivola tra le pareti della casa bianconera. Parla di ragazzi che non necessariamente dovranno diventare campioni, ma hanno una bella occasione per imparare la vita attraverso lo sport.

“Non importa quanti di loro diventeranno campioni, né dove arriveranno sul campo. Quello che conta è che abbiano le gambe per andare avanti. E che battano sé stessi. E il nostro compito di genitori è quello di far loro vedere che siamo felici. Loro ci guardano sempre, anche quando smettiamo di giocare con loro e ci voltiamo. Restano nostri amici se noi siamo stati buoni amici per loro. Dobbiamo raccontare loro come è bella la vita, e io ho un’idea su come farlo: andare tutti insieme, in famiglia, in un bosco a cercare le castagne. Meravigliarsi davanti alla natura. Fare gesti semplici che resteranno nella loro memoria. Perché se i nostri figli si emozionano, sapranno emozionare gli altri. L’emozione, quella vera, è come un’influenza e si trasmette. La vita non è fatta di cose solide, ma di amore, di affetto, di curiosità. Questo dobbiamo trasmettere, questo gli resterà di noi”.

Tra queste mura che l’avvocato Porelli fece alzare proprio per fare della Virtus una famiglia, c’è un gruppo di allenatori preparati che ha raccolto il testimone di coloro che li hanno preceduti. Insegneranno a questi giovani piccole cose essenziali.

“A rimanere da soli, a provare anche a sbagliare, ad imparare dagli errori. Ad iniziare a parlare con l’allenatore”.
E’ così che si cresce. Il lungo applauso che chiude un discorso fatto di umanità e cuore lascia intendere che il messaggio è stato recepito. E’ una storia di sport, ed è una storia di vita.

di Marco Tarozzi

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