Proprio 49 anni fa, Gary Schull fu il primo giocatore della Fortitudo a vincere la classifica cannonieri di serie A. Damiano Montanari per Stadio ha raccolto qualche testimonianza di suoi compagni di squadra.

Marco Calamai – “Gary era un giocatore assolutamente devastante in partita e in allenamento sul piano fisico, per la sua capacità di unire forza fisica ed elevazione a una grinta non comune. Ricordo che in una delle stagioni precedenti arrivò addirittura a giocare con la rottura di un menisco, provocata da uno scontro con Aldo Ossola, allora play di Varese. Anno dopo anno Schull non si accontentava di poter dominare sul parquet con schiacciate e rimbalzi. Anche grazie al grande lavoro di Lamberti e del suo vice Rodolfo Perini, migliorò molto nel tempo, acquisendo un tiro affdabile dai 4 o 5 metri. Questa crescita tecnica, unita alla sua grinta e alla sua tenacia, gli permisero di vincere la classifica marcatori nella stagione 1970­71.
Con me aveva un buon rapporto, ponendosi come il più forte della squadra al cospetto di un ragazzo. Era protettivo e non mi regalava niente. Per lui ero “Junior”. Allora saltavo molto e ricordo bene che un giorno in allenamento, dopo avere catturato un rimbalzo d’attacco, Gary andò su per tirare e schiacciare, ma io lo stoppai in pieno. Lui non disse niente, ma nell’azione successiva, quando fui io a tirare, Gary arrivò a prendere la palla a un’altezza
a cui un bianco allora non arrivava. Poi si girò, mi guardò negli occhi e disse: “You Junior, non block me!”. Schull voleva essere un leader dentro e fuori dal campo, dove era amato da tutti con il suo look country e la chitarra che amava suonare. Faceva subito amicizia, divenne amico di John Fultz, un simbolo della Virtus. Al bar Donini in via Riva di Reno imparò a giocare a carte e con le donne aveva un grande successo”

Lino Bruni – “Sembrava che volesse fare tutto lui. Era talmente potente da essere presente in tutte le azioni. A volte a fine partita lo prendevamo da parte e gli dicevamo: “Gary, scusa, quando il pallone ce l’ha uno di noi tra le mani, non glielo strappare per favore”. In campo era come se ci benedicesse. Siccome lui giocava anche fuori dall’area, quando riceveva il pallone fintava di passarla a uno di noi con un movimento simile a una benedizione, poi puntualmente tirava. Questo finì per innervosire il gruppo, così Lamberti decise di risolvere la questione… a tavola. Andammo a mangiare al ristorante “Al cappone”, sopra Calderino. Alcuni di noi presero la parola e, rivolgendosi a Schull, affrontarono il problema in modo diretto: “Gary, sei forte, ma se ci fai toccare la palla ogni tanto, siamo anche più contenti di difendere”. Lui accettò la critica, capì e cambiò atteggiamento. Per quello lo apprezzammo anche di più.
Lui era un vanitoso, ci teneva. Soffriva il fatto che in Italia fossero arrivati tanti americani con un curriculum cestistico migliore del suo. Ci teneva alle sue statistiche, sia come scorer, sia come rimbalzista. Noi gli lasciavamo fare la sua vita, anche fuori dal campo. Era un bel ragazzone, simpatico, alla mano, un playboy. Ma in campo ci dava una gran mano. In quella stagione vincemmo entrambi i derby con la Virtus. Per noi erano le partite della vita”

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